La Legge d’Amore (cont.)

STUDIO: Il Libro degli Spiriti, Libro Terzo, Cap. 11

CARITÀ E AMORE DEL PROSSIMO

886 – Qual è il vero senso della parola carità secondo il Cristo?

«Benevolenza verso tutti, indulgenza per le imperfezioni altrui, perdono delle offese».

Amore e carità sono i complementi della legge di giustizia. Amare il prossimo vuol dire fargli tutto il bene che è in nostro potere, e che vorremmo fosse fatto a noi. Questo intendeva Gesù col suo precetto: AMATEVI COME FRATELLI.

La carità, poi, secondo il Cristo, non si restringe alla elemosina, ma abbraccia tutti i rapporti che abbiamo coi nostri simili, ci siano essi inferiori, eguali o superiori. Essa ci comanda l’indulgenza, perché noi pure ne abbiamo bisogno, e ci vieta di umiliare i poveri, al contrario di quello che troppo spesso si fa. Presentate al mondo un ricco, ed avrà per lui mille riguardi, mille preferenze; presentategli un povero, e farà mostra di non accorgersene, o, peggio ancora, lo tratterà con durezza, mentre, quanto più è deplorevole il suo stato, tanto più dovrebbe guardarsi dall’accrescerne la sciagura con l’umiliazione. L’uomo veramente buono cerca di rialzare l’inferiore davanti a se stesso, e a diminuire così la distanza che corre fra loro due.

887 – Gesù ha pur detto: Amate anche i vostri nemici. Ma l’amare i nemici non è contrario alle nostre inclinazioni naturali, e l’inimicizia non proviene forse dal difetto di simpatia fra gli Spiriti?

«Senza dubbio non si può sentire per i propri nemici un amore tenero e appassionato: il Maestro non l’intendeva così. Amare i propri nemici vuol dire perdonare ad essi e rendere loro bene per male: di questa guisa vi innalzate: con la vendetta vi abbassereste».

888 – Che pensate della elemosina?

«L’uomo ridotto ad accattare si avvilisce nel morale e nel fisico: abbrutisce. In una società fondata sulla legge di Dio e la giustizia deve essere provveduto alla vita del debole senza sua umiliazione: essa ha l’obbligo di assicurare l’esistenza degli inetti al lavoro senza lasciarne la vita alla mercé del caso e della eventuale carità».

– E’ dunque da biasimare l’elemosina?

«No, non è l’elemosina da biasimare, ma spesso la maniera come viene fatta. L’uomo dabbene, che interpreta la carità secondo il Cristo, previene il misero, e non aspetta che gli stenda la mano. La vera carità è sempre dolce ed affabile, e consiste più nel modo che nel fatto. Un servigio reso con delicatezza acquista doppio valore; reso con alterigia, può essere accettato per il bisogno, ma non tocca il cuore. Ricordatevi anche che la ostentazione toglie agli occhi di Dio il merito del beneficio. Col dire: la vostra sinistra ignori ciò che dà la destra, Gesù vi ha insegnato a non offuscare la carità con l’orgoglio. E’ necessario distinguere l’elemosina propriamente detta dalla beneficenza. Non è sempre il più bisognoso colui che accatta: il timore di un umiliante rifiuto trattiene il vero povero, che spesso soffre senza lagnarsi: questo è il povero, che l’uomo veramente benefico sa cercare senza ostentazione. Amatevi come fratelli: ecco tutta la legge divina, con la quale Iddio governa i mondi. L’amore è la legge di attrazione per gli esseri viventi e organizzati; l’attrazione è la legge d’amore per la materia inorganica. Non dimenticate mai che lo Spirito, qualunque sia il suo grado di progresso e la sua condizione come incarnato od errante, è sempre posto fra un superiore, che lo guida e perfeziona, e un inferiore, verso il quale ha gli stessi doveri da compiere. Siate dunque caritatevoli, non solo di quella carità che v’induce a trarre dalla borsa l’obolo, che date freddamente a chi osa domandarlo, ma anche di quella che risparmia il rossore alla povertà vergognosa. Siate indulgenti coi difetti dei vostri simili: invece di sprezzarne l’ignoranza ed il vizio, istruiteli, e moralizzateli. Siate affettuosi e benevoli con tutti, anche con gli esseri più semplici della creazione, e avrete ubbidito alla legge di Dio».

889 – Non ci sono uomini ridotti alla mendicità per propria colpa?

«Purtroppo; ma, se una buona educazione morale avesse loro insegnato a praticare la legge di Dio, essi non cadrebbero negli eccessi che ne cagionano la rovina. Da questo, soprattutto, dipende il miglioramento del vostro globo». (Vedi numero 707).

Amore materno e filiale

890 – L’amor materno è una virtù, o un sentimento istintivo comune agli uomini e agli animali?

 «E’ l’una e l’altra cosa nello stesso tempo. La natura diede alla madre l’amore per i suoi nati nell’interesse della loro conservazione. Nell’animale è limitato ai bisogni materiali, e cessa quando le cure divengono inutili; nell’uomo persiste tutta la vita, comporta le virtù della devozione e del sacrificio, sopravvive anche dopo la morte, e segue il figlio di là dalla tomba. Voi vedete bene che nell’uomo c’è qualche cosa, che non si trova nel bruto». (Vedi numeri 205 – 385).

891 – Se l’amore materno è nella natura, perché ci sono madri che odiano i propri figli, spesso fin dalla loro nascita?

«E’ questa qualche volta una prova scelta dallo Spirito che s’incarna, o un’espiazione, se egli stesso fu cattivo padre, o cattiva madre, o cattivo figlio in altra esistenza (vedi n. 392). In tutti i casi, la cattiva madre non può essere animata che da uno Spirito malvagio, il quale tenta di opporsi a quello del figlio, perché soccomba nella prova; ma una tale violazione delle leggi della natura non rimarrà impunita, mentre lo Spirito del figlio sarà ricompensato degli ostacoli che avrà saputo superare».

892 – I genitori, che hanno figli, da cui non traggono che cagione di amarezze e di dolori, non sono scusabili, se non portano ad essi quell’amore che avrebbero loro portato nel caso contrario?

«No, giacché hanno appunto il còmpito di migliorarli a forza d’amore e di far tutti gli sforzi per ricondurli al bene (vedi numeri 582 – 583). D’altra parte quelle amarezze e quei dolori sono spesse volte la conseguenza della cattiva piega che hanno lasciato prendere ai loro nati sin dalla culla: raccolgono allora ciò che hanno seminato».

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