Quando la via d’uscita può essere la Gentilezza

Nella giungla delle nostre difficoltà odierne, dove regna la lotta per la sopravvivenza, spesso affiorano i nostri istinti più primitivi di aggressività in un’esagerata competizione.  E se provassimo a vincere queste tendenze inferiori lasciandoci guidare da un sentimento più nobile di amore e solidarietà?  Oggi vogliamo condividere con voi un estratto di un bellissimo articolo di Annalisa Perteghella, che speriamo possa servirci di ispirazione:

“(…) È necessaria, pertanto, una nuova forma di resistenza: la resistenza all’astio e al grigiore. Lo scrittore statunitense Richard Ford ha detto che nell’America di oggi, provata dalla crisi, “la virtù da riscoprire è la caparbietà, non arrendersi al male, non diventare ostili e rancorosi se non tutto va come vorremmo”. È una rivoluzione gentile, e per questo, accanto alla caparbietà, tra le armi per rispondere all’offensiva del senso di incertezza esistenziale troviamo la gentilezza. In una di quelle meravigliose fonti di ispirazione che sono i commencement speech pronunciati alla fine dell’anno accademico nelle università americane (e si chiamano commencement perché è allora che davvero comincia la vita), ai laureati che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro viene dato questo consiglio: “err in the direction of kindness”, “vaga, indugia, verso la gentilezza”. L’autore, lo scrittore statunitense George Saunders, mette in guardia i neo-laureati da quelle che lui definisce “failures of kindness”, le volte in cui non si è stati gentili, e che, secondo lui, saranno proprio ciò di cui ci si pentirà quando, più in là negli anni possibile, si traccerà un bilancio della propria esistenza. Il che non significa che dobbiamo trasformarci tutti in moderni Gandhi e Madre Teresa, ma che, se si mette tutto sul piatto della bilancia, le ragioni per trasformarci in leoni famelici solo per via della giungla nella quale viviamo, non pesano tanto quanto quelle per prenderci cura degli altri dando ascolto e conforto a chi tutto sommato è nella nostra stessa situazione. Non è forse una parola gentile quella che può ribaltare le sorti della giornata più grigia?

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Quando, nel XV canto dell’Inferno, Dante incontra Brunetto Latini e gli parla del suo senso di smarrimento, dell’essersi perduto in una selva oscura, questo gli risponde:

Se tu segui tua stella
non puoi fallire a glorïoso porto
se ben m’accorsi ne la vita bella
e s’io non fossi sì per tempo morto
veggendo il cielo a te così benigno
dato t’avrei a l’opera conforto.

Caparbietà, gentilezza, conforto, sono tre parole belle, con le quali costruire il nostro arsenale di resistenza alla precarietà, all’incertezza, alle piccole ingiustizie quotidiane. Il tempo è galantuomo, e non importa dove arriveremo o non arriveremo, ma come ci arriveremo. Ricordiamoci allora che quello che facciamo ci rappresenta, ma ancora di più come lo facciamo. “Quello che cerco l’ho nel cuore”, fa dire Pavese a Odisseo in Dialoghi con Leucò. Arriveremo a Itaca e ci arriveremo solo se lungo la strada avremo imparato a dare valore a ciò che lo merita, se avremo attraversato la selva oscura senza lasciarci spingere verso il basso dalle fatiche quotidiane, se nel viaggio avremo conservato intatta la nostra umanità, senza lasciare che lavori incerti e precarietà esistenziale spostino il nostro baricentro verso cose subdole come rancori e frustrazioni.

C’è una statua, nella cripta della basilica di Sant’Andrea a Mantova. Raffigura la speranza, scolpita da un allievo di Antonio Canova. La speranza ha lo sguardo rivolto verso l’alto, verso le promesse del futuro, ma nella mano tiene ben salda un’ancora, che dà un’idea di concretezza e radicamento al suolo, a solide fondamenta. È un invito a rimanere concentrati sul proprio futuro ma a farlo in un certo modo, con un forte radicamento in alcune doti che abbiamo indicato con il nome di caparbietà, gentilezza, conforto.

Se teniamo stretta la nostra ancora, allora disillusione, scoraggiamento, ingiustizie, non ci distoglieranno dal raggiungere il nostro obiettivo.

“Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorïoso porto”.

Annalisa Perteghella
(In: “Giovani di Speranza”. InDialogo Unitario: ottobre 2013, p. 2.)

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