Incontro 4 Dicembre 2013

STUDIO: Il Vangelo Secondo lo Spiritismo, Cap. XVII

L’uomo dabbene

3 – Il vero uomo dabbene, probo ed onesto, è colui che mette in pratica le leggi della giustizia, dell’amore e della carità nella loro massima purezza. Se interroga la sua coscienza circa le sue proprie azioni, si domanda se non ha violato questa legge; se non ha fatto del male; se ha fatto tutto il bene che poteva fare; se non ha trascurato volontariamente qualche occasione in cui poteva essere utile; se non vi è nessuno che abbia da lamentarsi di lui. Infine, se ha sempre fatto ad altri ciò che avrebbe voluto che fosse fatto a lui.

Ha fede in Dio, nella sua bontà, nella sua giustizia, nella sua saggezza: sa che nulla accade senza il suo permesso e si sottomette in tutto alla sua volontà.

Ha fede nell’avvenire; ed è per questo che considera beni spirituali superiori ad ogni bene materiale.

Sa che tutte le vicissitudini della vita, tutti i dolori, tutte le disillusioni, sono delle prove o delle espiazioni, e le accetta senza lagnarsene.

L’uomo, pienamente compreso del sentimento di carità e di amore del prossimo, fa il bene per il bene, senza speranza di restituzione, rende il bene per il male, prende le difese del debole contro il forte e sacrifica sempre i suoi interessi alla giustizia.

Trova la sua soddisfazione nei benefici che sparge, nei favori che rende, nelle felicità che fa sorgere, nelle lagrime che asciuga, nelle consolazioni che dà agli afflitti. Il suo primo impulso è di pensare agli altri prima di pensare a se stesso, di cercare l’interesse degli altri prima del suo. L’egoista, al contrario, calcola i profitti e le perdite di ogni azione generosa.

E’ buono, umano e benevolo per tutti, senza eccezione di razze o di credenze, perché vede in tutti gli uomini tanti suoi fratelli.

Rispetta negli altri le convinzioni sincere e non getta l’anatema su coloro che non la pensano come lui.

In ogni occasione si fa guidare dalla carità: egli dice che colui che reca pregiudizio ad altri con le sue parole malevole, che urta la suscettibilità di qualcuno con il suo orgoglio ed il suo disprezzo, che non indietreggia all’idea di causare un dolore, anche una leggera contrarietà, quando potrebbe evitarla, manca al suo dovere nell’amore del prossimo e non merita la clemenza del Signore.

Non ha odii, né rancori, né desideri di vendetta: modellandosi sull’esempio di Gesù, perdona e dimentica le offese e non ricorda che i benefici ricevuti: perché sa che tanto gli sarà perdonato quanto avrà perdonato egli stesso.

E’ indulgente per le debolezze altrui, perché sa che egli stesso ha bisogno d’indulgenza e ricorda queste parole di Cristo: Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Non si compiace di cercare i difetti degli altri, né di metterli in mostra: se è obbligato dalla necessità, cerca sempre di attenuare il male con qualche bene che riesce a trovare nell’animo.

Studia le sue stesse imperfezioni e lavora continuamente a combatterle: tutti i suoi sforzi tendono a poter dire ogni giorno che in lui vi è qualcosa di migliorato dal giorno precedente.

Non cerca di far valere a spese altrui il suo spirito ed il suo ingegno: anzi, coglie tutte le occasioni per far risaltare ciò che va a vantaggio d’altri.

Non ha nessuna vanità della sua fortuna né dei suoi valori personali, perché sa che tutto ciò che gli è stato dato può essergli tolto.

Usa i beni che gli sono stati accordati, ma non ne abusa mai, perché sa che si tratta di un deposito di cui gli sarà chiesto il resoconto, e che l’impiego più pregiudizievole per lui stesso che possa farne, è quello di farli servire alla soddisfazione delle sue passioni.

Se l’ordine sociale ha posto degli uomini alle sue dipendenze, li tratta con bontà e con amorevolezza, perché sono suoi eguali davanti a Dio: si vale della sua autorità per sostenerne il morale e non per deprimerli con il suo orgoglio; evita tutto ciò che potrebbe rendere più penosa la loro situazione di subalterni.

Il subordinato, a sua volta, comprende i doveri della sua situazione e li adempie con scrupolo coscienzioso. (Vedere Capitolo 17, paragrafo N. 9).

L’uomo dabbene, insomma, rispetta nei suoi simili tutti quei diritti che sono nelle leggi della natura, come egli vorrebbe che fossero rispettati nei suoi confronti.

Questa non è l’enumerazione di tutte le qualità che distinguono l’uomo dabbene, ma chiunque si sforzi di possedere quelle che si sono indicate è già sulla buona strada per ottenere tutte le altre.

I buoni spiriti

4 – Lo spiritismo ben compreso, ma soprattutto profondamente sentito, conduce naturalmente ai risultati di cui s’è parlato finora, che tutti caratterizzano il vero spiritista ed il vero cristiano, poiché l’uno si identifica nell’altro. Lo spiritismo non crea nessuna nuova morale: facilita agli uomini la comprensione e la pratica di quella di Cristo, dando una fede salda e illuminata a coloro che dubitano o esitano.

Ma molti fra coloro che credono ai fatti delle manifestazioni, non ne comprendono le conseguenze e la portata morale, o, se le comprendono, non ritengono di applicarle a se stessi. A che cosa si deve ciò? E’ forse una mancanza di precisione della dottrina? No, poiché essa non contiene né allegorie né simboli che possano offrire il campo a false interpretazioni: la sua essenza stessa è la chiarezza, ed è questo che ne forma la potenza, poiché tale dottrina va diretta ad illuminare l’intelligenza. Non ha nulla di misterioso ed i suoi iniziati non sono in possesso di nessun segreto che sia celato alle masse.

Per capirla, occorre allora un’intelligenza superiore? No, perché si vedono uomini dotati notoriamente di grandi capacità che non la comprendono, mentre intelligenze modeste, giovani appena fuori dell’adolescenza, ne afferrano con ammirevole precisione le più delicate sfumature. Ciò deriva dal fatto che la parte in qualche modo materiale della scienza non richiede che occhi per osservare, mentre alla parte essenziale occorre un certo grado di sensibilità che si può chiamare maturità del senso morale. Maturità che è indipendente dall’età e dal grado di istruzione, perché è propria dello sviluppo, in speciale senso, dello Spirito incarnato.

Presso alcuni, i legami della materia sono ancora troppo tenaci per permettere allo spirito di liberarsi dalle cose terrene; la nebbia che li avvolge impedisce loro di spingere lo sguardo verso l’infinito. E’ per questo che non riescono facilmente a rinunziare ai loro gusti né alle loro abitudini, in quanto non comprendono quanto vi è di meglio di quel che possiedono. La credenza negli Spiriti è per essi un semplice fatto che non modifica che di poco le loro tendenze istintive. In una parola, essi non vedono che un raggio della luce, insufficiente a guidarli ed a far nascere in loro una forte aspirazione, capace di vincere le loro inclinazioni. Si interessano ai fenomeni più che alla morale che ne deriva, che sembra loro banale e monotona: chiedono agli Spiriti di iniziarli continuamente a nuovi misteri, senza domandarsi se si sono resi degni di essere avvicinati ai segreti del Creatore. Sono gli spiritisti imperfetti, alcuni dei quali si perdono lungo la via o s’allontanano dai loro fratelli di fede perché indietreggiano di fronte all’obbligo di riformare se stessi, oppure si attengono alle loro simpatie per quelli che condividono le loro debolezze o le loro prevenzioni. Tuttavia già l’accettazione del principio della dottrina è un primo passo, che renderà loro più facile il secondo in una futura esistenza.

Colui, invece, che, a ragione, si può considerare uno spiritista vero e sincero, è a un grado superiore di progresso morale: lo Spirito che domina più completamente la materia gli permette una più chiara percezione dell’avvenire e in lui i principi della dottrina fanno vibrare delle fibre che restano mute negli altri: in una parola, egli è toccato nel fondo del cuore, e così la sua fede è veramente incrollabile. L’uno è come il musicista che si commuove nel sentire certi accordi, mentre l’altro non sa udire che dei suoni vaghi. Il vero spiritista si riconosce dalla sua trasformazione morale e dagli sforzi che egli compie per dominare le sue cattive tendenze. Mentre l’uno è soddisfatto del suo orizzonte ristretto, l’altro, che comprende qualcosa di meglio, si sforza di andare al di là di tale orizzonte, e, quando ne ha la ferma volontà, vi riesce sempre.

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