Gratuitamente avete ricevuto

Mentre tutto il popolo l’ascoltava, disse ai suoi discepoli:

Guardatevi dagli Scribi che ambiscono passeggiare avvolti in lunghe vesti, essere salutati nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti, i quali intanto divorano le case delle vedove e fanno mostra di pregare a lungo. Costoro saranno giudicati ben più severamente.

(San Luca, Cap. XX, versetti da 45 a 47; San Marco, Cap. XII, versetti da 38 a 40; San Matteo, Cap. XXIII, versetto 14).

Gesù dice anche: Non fate pagare le vostre preghiere, né fate come gli Scribi “i quali divorano le case delle vedove e fanno mostra di pregare a lungo”, ossia accaparrano le ricchezze delle vedove. La preghiera è un atto di carità, uno slancio del cuore: far pagare quelle che si rivolgono a Dio per il bene degli altri è trasformarsi in intermediari salariati, e la preghiera diventa una formula di cui si proporziona la lunghezza al guadagno che se ne ricava. Ora, è forse vero che Dio misura le sue grazie al numero delle parole? Se ne occorrono molte, perché dirne poche o nessuna a chi non può pagare? E’ mancanza di carità. Se una sola basta, allora le altre sono superflue ed inutili: perché, allora, farle pagare? E’ prevaricazione.

Dio non vende i benefici che concede: perché, dunque, colui che non ne è nemmeno il distributore, che non può garantire che il beneficio sia ottenuto, farebbe pagare una richiesta che può anche non dare risultato? Dio non può subordinare un atto di clemenza, di bontà o di giustizia che si sollecita dalla sua misericordia, a una somma di denaro. Altrimenti ne conseguirebbe che se la somma non è pagata, o è insufficiente, la clemenza di Dio sarebbe annullata. La ragione, il buon senso, la logica, dicono che Dio, che è assoluta perfezione, non può delegare le sue creature imperfette a mettere un prezzo alla sua giustizia. La giustizia di Dio è come il sole; illumina tutti, tanto il ricco quanto il povero. Se si giudica immorale commerciare le grazie di un sovrano della terra, è forse più lecito vendere quelle del sovrano dell’universo?

Inoltre le preghiere pagate hanno un altro inconveniente: che colui che le compra, spesso si considera dispensato dal pregare egli stesso, perché ritiene d’essere in pari quando ha dato il suo denaro. Si sa che gli Spiriti sono commossi dal pensiero di colui che si rivolge a loro: quale può essere il fervore di chi incarica una terza persona di pregare per lui, pagandola? Quale può essere il fervore di questa terza persona quando delega il suo mandato a un’altra, e questa a un’altra ancora, e così di seguito? Questo non vuol dire, forse, ridurre l’efficacia della preghiera al valore del denaro corrente?

(KARDEC, Il Vangelo Secondo lo Spiritismo, cap. XXVI)

 

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