I superiori e gli inferiori

L’autorità, come la ricchezza, è un mandato di cui, un giorno, sarà chiesto conto a chi lo ha ricevuto. Non crediate che gli sia stato affidato per procurargli il vano piacere di comandare, né, come pensano, sbagliandosi, moltissimi fra i potenti della terra, come un diritto o come una proprietà. D’altra parte, Dio dimostra loro chiaramente che non è un diritto o una proprietà togliendola quando egli lo giudica opportuno. Se si trattasse di un privilegio annesso alla loro persona, sarebbe inalienabile. Nessuno può affermare che una cosa gli appartiene quando gli può essere tolta senza il suo consenso. Dio concede l’autorità a titolo di missione o di prova, quando gli piace, e la ritira sempre a suo piacere.

Chiunque è investito d’autorità, quale ne sia l’ampiezza, a cominciare dal padrone sul suo servo fino al sovrano sul suo popolo, non deve mai nascondersi che egli ha cura d’anime: dovrà rispondere della buona o cattiva direzione che avrà dato ai suoi subordinati, e gli errori che questi potranno commettere e i vizi cui potranno essere indotti a causa di questa direzione o a causa del cattivo esempio, ricadranno su lui, così come egli raccoglierà i frutti della sua sollecitudine nel guidarli al bene. Ogni uomo, sulla terra, ha una missione, piccola o grande: quale che sia, è sempre intesa al bene; falsarla nei principi è dunque mancarla.

Se è vero che Dio domanda al ricco: “Che cosa hai fatto della ricchezza che doveva essere, nelle tue mani, una sorgente che spargeva la fecondità intorno a sé?”, è anche vero che domanderà a colui che possiede una qualche autorità: “Che uso hai fatto di questa autorità? Che male sei riuscito a impedire? Che progresso hai fatto compiere? Se ti ho permesso di avere dei subordinati, non era per farne degli schiavi della tua volontà né degli strumenti docili ai tuoi capricci o alla tua cupidità. Ti ho fatto forte e ti ho affidato dei deboli per sostenerli ed aiutarli a salire a me”.

Il superiore che è compreso delle parole di Cristo non disdegna nessuno di coloro che sono suoi subordinati, perché sa che le distinzioni sociali non hanno nessun valore di fronte a Dio. Lo spiritismo gli insegna che, se oggi gli obbediscono, hanno potuto prima comandare a lui, e potranno comandargli in futuro, e che allora egli sarà trattato come lui stesso avrà trattato.

Se il superiore ha dei doveri da compiere, il subordinato ne ha anche lui, e non sono meno sacri. Se questi è spiritista, la sua coscienza sa ancora meglio che egli non ne è affatto dispensato, anche nel caso in cui il suo capo non adempia i suoi, perché sa che non deve rendere il male per il male, e che gli errori degli uni non autorizzano gli errori di altri. Se soffre per la sua situazione, si dirà che l’ha indubbiamente meritata, perché forse lui stesso in precedenza ha abusato della sua autorità e che ora deve provare a sua volta gli inconvenienti di ciò che ha fatto soffrire ad altri. Se è obbligato a subire tale situazione, non potendone trovare una migliore, lo spiritismo gli insegna a rassegnarvisi come ad una prova della sua umiltà, necessaria al suo progresso. La sua fede lo guida nella sua condotta: agisce come vorrebbe che i suoi subordinati agissero nei suoi confronti se egli fosse il capo. Perciò è più scrupoloso nell’adempimento dei suoi obblighi, perché si rende conto che ogni negligenza nel lavoro che gli è affidato va a pregiudizio di colui che lo remunera e al quale deve dare il suo tempo e le sue cure. In una parola, è sollecitato dal senso del dovere che gli viene dalla sua fede, e dalla certezza che ogni deviazione dal diritto cammino, è un debito che, presto o tardi, dovrà essere pagato.

(KARDEC, Il Vangelo Secondo lo Spiritismo, cap. XVII)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *