Legge di Libertà

Libertà naturale

825 – C’è al mondo una condizione di cui l’uomo possa vantarsi di essere veramente libero?

Risposta: «No, perché ciascuno di voi, così il piccolo come il grande, ha bisogno degli altri».

826 – Ma, se non vi è, ci potrebbe essere?

Risposta: «Sì, quella dell’eremita in un deserto; poiché non appena si trovano insieme due uomini, hanno diritti altrui da rispettare, e quindi non più libertà assoluta».

827 – L’obbligo di rispettare i diritti altrui toglie all’uomo quello di appartenere a se stesso?

Risposta: «Niente affatto, perché questo è un diritto naturale».

828 – Come conciliare le opinioni liberali di alcuni col dispotismo che poi spesso esercitano essi stessi in famiglia e sui loro subordinati?
Risposta: «Hanno l’intuito della legge naturale, ma questo è controbilanciato dall’orgoglio e dall’egoismo. Comprendono ciò che deve essere, quando i loro principi non sono una calcolata commedia ma non lo fanno».

Domanda: – Nell’altra vita si terrà loro conto dei principi che professarono in questa?

Risposta: «Quanto più l’uomo comprende un principio, tanto meno scusabile di non applicarlo a se stesso. In verità vi dico: l’uomo semplice, ma sincero, è più innanzi nella vita di Dio, che chi vuol comparire ciò che non è».

Schiavitù

829 – Ci sono uomini destinati dalla natura ad essere proprietà di altri uomini?

Risposta: «Ogni soggezione assoluta di un uomo verso un altro uomo è contraria alla legge di Dio. La schiavitù è un abuso della forza, che scomparirà in forza del progresso, come a poco a poco scompariranno tutti gli altri abusi».

Kardec: La legge umana, che sancisce la schiavitù, è contro natura perché assimila l’uomo al bruto, e lo degrada moralmente e fisicamente.

830 – Quando la schiavitù è nei costumi di un popolo, chi ne trae vantaggio conformandosi ad un uso che gli sembra naturale, è ugualmente colpevole?
Risposta: «Il male è sempre male, e tutti i vostri sofismi non faranno che un’azione cattiva diventi buona; ma l’imputabilità del male è relativa ai mezzi che uno ha di comprenderlo. Chi trae profitto dalla legge di schiavitù è sempre colpevole di una violazione della legge naturale; ma anche in questa, come in ogni altra cosa, la colpabilità è relativa. Siccome la schiavitù fu, ed è ancora, nei costumi di certi popoli, l’uomo ha potuto trarne vantaggio in buona fede, e come di cosa che sembrava legittima; ma non appena la sua ragione sia più sviluppata, e specie più illuminata dalla luce del progresso, che gli mostra nello schiavo un suo uguale di fronte a Dio, egli non ha più scusa».

831 – La naturale disparità delle attitudini non pone certe razze umane sotto la dipendenza delle razze più intelligenti?
Risposta: «Sì, per elevarle, ma non per abbrutirle maggiormente con la schiavitù. Gli uomini hanno da gran tempo considerato certe razze umane come animali da fatica muniti di braccia e di mani, che si credettero in diritto di vendere come bestie da soma. Si credono di un sangue più puro gli sciagurati che non vedono se non materia! Ora, non si tratta di sangue più o meno puro, ma di spirito» (Vedi numeri 361 – 803).

832 – Alcuni, peraltro, trattano i loro schiavi con umanità, non lasciano mancar loro il necessario, e pensano che la libertà li esporrebbe a maggiori privazioni. Che dite di costoro?
Risposta: «Dico che comprendono meglio i propri interessi, e che hanno anche gran cura dei loro buoi e dei loro cavalli per ritrarne maggior guadagno al mercato! Costoro non sono tanto colpevoli come quelli che li maltrattano; ma nondimeno li considerano come una mercanzia, privandoli del diritto di appartenere a se stessi».

Libertà di Pensiero

833 – C’è qualche cosa nell’uomo, che sfugga a qualunque coercizione, e rispetto alla quale egli gode di assoluta libertà?
Risposta: «Il pensiero, che sfida ceppi e catene. Si può opprimerlo, ma non soffocare».

834 – L’uomo è tenuto a rispondere del suo pensiero?

Risposta: «Ne risponde a Dio, poiché Egli solo lo può conoscere, e quindi condannare od assolvere secondo la sua giustizia».

Libertà di Coscienza

835 – La libertà di coscienza è conseguenza della libertà di pensiero?

Risposta: «La coscienza è un pensiero intimo, che appartiene all’uomo come a tutti gli altri».

836 – Ha l’uomo diritto di costringere la libertà di coscienza?

Risposta: «No, come non ne ha di costringere quella del pensiero. Questo diritto appartiene unicamente a Dio. Se l’uomo regola con le leggi umane i rapporti da uomo ad uomo, Dio con le leggi di natura regola quelli dell’uomo verso di Lui».

837 – Quale effetto ha il voler soffocare la libertà di coscienza?

Risposta: «Quello di costringere gli uomini ad agire diversamente di come pensano, e quindi farne degli ipocriti. La libertà di coscienza è uno dei caratteri della vera civiltà e del vero progresso».

838 – E’ rispettabile ogni credenza, quando anche fosse notoriamente falsa?

«Ogni credenza è rispettabile quando è sincera e conduce alla pratica del bene. Biasimevoli sono quelle credenze che inducono al male».

839 – E’ riprovevole scandalizzare nella sua fede chi non pensa come noi?

Risposta: «E’ mancare di carità e attentare alla libertà di pensiero».

840 – Lede la libertà di coscienza chi pone ostacoli alla diffusione di credenze che possono sconvolgere la società?
Risposta: «Si possono reprimere gli atti; ma la credenza intima è inaccessibile».

Kardec: Reprimere gli atti esterni di una credenza, quando essi pregiudicano in qualche modo gli interessi degli altri, non è ledere la libertà di coscienza, perché tale repressione lascia comunque alla credenza la sua piena libertà.

841 – Si deve forse lasciare, per rispetto alla libertà di coscienza, che si propaghino dottrine perniciose; oppure è lecito, senz’attentare a questa libertà cercare di ricondurre sulla retta via chi si è smarrito per falsi principi? Risposta: «Senza dubbio è lecito, anzi doveroso; ma insegnate, secondo l’esempio di Gesù, con la dolcezza e con la persuasione; non con la violenza, il che sarebbe peggio della credenza erronea di colui che vorreste convertire. Il bene e la fratellanza si devono istillare con la dolcezza, non con la violenza: la convinzione non si impone mai».

842 – Tutte le dottrine pretendono di essere l’unica espressione della verità. Come possiamo riconoscere quella che abbia maggior diritto di proclamarsi tale?

Risposta: «Sarà quella che formerà il maggior numero di onesti e il minor numero d’ipocriti; vale a dire, che insegnerà a praticare la legge d’amore e di carità nella sua massima purezza e nella sua più larga applicazione. Da questo segno ne riconoscerete la bontà, poiché ogni dottrina che attizzi la discordia e stabilisca una distinzione tra i figli di Dio, non può essere che falsa e perniciosa».

Libero Arbitrio

843 – Ha l’uomo il libero arbitrio dei suoi atti?

Risposta: «Poiché ha quello di pensare, ha anche quello di agire. Senza libero arbitrio, l’uomo sarebbe una macchina».

844 – L’uomo fruisce del libero arbitrio fin dalla nascita?

Risposta: «Non può avere libertà d’agire prima che abbia volontà di fare. Nel primo periodo della vita, la libertà è quasi nulla; poi si svolge, e cambia di oggetto con le facoltà. Siccome il fanciullo concepisce i pensieri in rapporto ai bisogni della sua età, egli applica il libero arbitrio alle cose che gli sono necessarie».

845 – Le predisposizioni istintive, che l’uomo porta con sé nascendo, non sono di ostacolo all’esercizio del libero arbitrio?
Risposta: «Le predisposizioni istintive sono quelle dello Spirito prima della sua incarnazione. Qualora egli sia poco progredito, possono incitarlo ad atti riprovevoli, assecondate in questo anche da Spiriti ai quali quelle predisposizioni riescono simpatiche; ma per chi vuole combatterle, non c’è attrattiva irresistibile. Ricordatevi che volere è potere». (Vedi numero 361).

846 – La costituzione fisica non ha peso sugli atti della vita? E, se sì, non è a discapito del libero arbitrio?

Risposta: «Lo Spirito, certamente, sente qualche effetto della materia, che ne può rendere difficile le manifestazioni, per la qual cosa nei mondi, ove i corpi sono meno materiali che sulla terra, le facoltà si svolgono più liberamente; ma ben sapete che queste non sono date dal corpo. Del resto, qui bisogna distinguere le facoltà morali dalle intellettive: se un uomo ha l’istinto dell’omicidio, esso gli viene per certo dallo Spirito, non dagli organi. Chi annienta il suo pensiero, per lasciarsi andare nei viluppi della materia, si fa, di sua volontà, simile al bruto, ed anche peggio, e, non pensando più a prevenire il male, cade in fallo per propria volontà». (Vedi numero 367 e seguenti: “Influenza dell’Organismo”).

847 – Le alterazioni delle facoltà tolgono all’uomo il libero arbitrio?

Risposta: «Sì, perché lo privano della padronanza e della libertà di pensiero. Esse, non di rado, sono una punizione per lo Spirito, il quale, in altra esistenza, può essere stato vano ed orgoglioso od aver abusato delle sue facoltà, e quindi rinascere nel corpo di un maniaco o di un idiota, come il despota in quello di uno schiavo, e il ricco egoista in quello di un mendicante. Ma lo Spirito soffre per queste alterazioni, di cui ha coscienza: ed in ciò consiste l’azione della materia». (Vedi numero 371 e seguenti).

848 – L’aberrazione delle facoltà intellettuali per ubriachezza scusa gli atti riprovevoli?

Risposta: «No, perché il beone se ne priva volontariamente per soddisfare la sua passione brutale: invece di una colpa sola, egli ne commette due».

849 – Nell’uomo allo stato selvaggio quale delle due facoltà prevale: l’istinto, o il libero arbitrio?

Risposta: «L’istinto, il che non gl’impedisce di agire in certe cose con piena libertà: ma, come il fanciullo, egli applica questa libertà ai suoi bisogni, ed essa si svolge insieme con l’intelligenza. Quindi voi, che siete più illuminati dei selvaggi, siete anche più responsabili di loro in quello che fate».

850 – La condizione sociale non è talvolta di ostacolo alla intera libertà degli atti?

Risposta: «Se il mondo ha le sue esigenze, Iddio, che è giusto, tiene conto di tutto, ma terrà conto dei vostri sforzi per superare gli ostacoli».

Fatalità

851 – Si può dire che ci sia una fatalità negli eventi della vita, cioè che gli avvenimenti ne siano prestabiliti? E in tal caso dove sta il libero arbitrio?
Risposta: «Fatalità non esiste se non per la scelta che lo Spirito ha fatto, incarnandosi, di subire questa o quella prova, poiché, scegliendo, egli si crea una specie di destino, che è la conseguenza stessa della condizione in cui si è posto. Ben inteso, però, che parlo delle prove fisiche; poiché, per quanto riguarda le prove morali e le tentazioni, lo Spirito, il quale conserva il suo libero arbitrio per il bene e per il male, è sempre padrone di cedere, o di resistere. Uno Spirito buono, vedendolo vacillare, può muoversi in suo soccorso, ma non imporglisi in maniera da dominare la volontà; uno Spirito cattivo, vale a dire basso, facendogli vedere una cosa per un’altra, o esagerandogli un pericolo, può impressionarlo e spaventarlo; ma, nondimeno, la volontà dello Spirito incarnato resta libera da ogni coazione».

852 – Ci sono persone, le quali sembrano perseguitate da una fatalità indipendente dal loro modo di agire, di cui si possa dire che abbiano per destino la sventura?
Risposta: «Può darsi che queste siano prove, che devono subire e che hanno scelto esse stesse; ma lasciate che io ve lo ripeta: voi mettete in conto del destino ciò che il più delle volte non è se non la conseguenza delle vostre proprie colpe. Nei mali che vi affliggono, procurate di aver pura la coscienza, e sarete già mezzo consolati».

Kardec: Le idee giuste o false, che ci formiamo delle cose, ci fanno riuscire, o non riuscire secondo il nostro concetto e la nostra condizione sociale; ma noi troviamo più semplice e meno umiliante per il nostro amor proprio attribuire i nostri insuccessi alla sorte o al destino, anziché alla nostra colpa. Se l’opera degli Spiriti vi contribuisce talvolta, noi ce ne possiamo sempre sottrarre, respingendo, se sono cattive, le idee che ci suggeriscono.

853 – Alcuni non sfuggono ad un mortale pericolo che per cadere in un altro; sembra che non possano evitare la morte: non è questa una fatalità?
Risposta: «Di fatale, nel vero senso della parola, non c’è che l’istante della morte: quando esso è venuto, sia in un modo, sia in un altro, non ve ne potete esimere».

Domanda: – Ciò posto, qualunque sia il pericolo che ne minaccia, non moriamo, se l’ora nostra non è suonata?

Risposta: «Proprio così. Dio sa già prima di quale genere morrete, e spesso lo sa anche il vostro Spirito, giacché lo conobbe, quando fece la scelta della sua esistenza».

854 – Dalla irremovibilità dell’ora della morte ne segue, che le precauzioni che si prendono per evitarla siano inutili?
Risposta: «No; quelle precauzioni vi si suggeriscono, affinché la evitiate, e sono uno dei mezzi a conseguire che non si compia, se il vostro tempo non è ancora venuto».

855 – A che fine la Provvidenza ci fa correre pericoli, che non devono avere conseguenze?

Risposta: «Per distogliervi dal male e rendervi migliori. Quando, scampati dal pericolo, ne siate però ancora sotto l’impressione, pensate, più o meno seriamente, a migliorarvi, secondo la maggiore o minore influenza che i buoni Spiriti esercitano su di voi. Coi pericoli, che correte, Dio vi fa ricordare della vostra debolezza e della fragilità della vostra esistenza. Se poi esaminate la causa e la natura del pericolo, vedrete per lo più, che le sue conseguenze sarebbero state la punizione di una colpa commessa, o di un dovere inadempiuto. Dio vi avverte così di rientrare in voi stessi, e di emendarvi». (Vedi numeri 526 – 532).

856 – Lo Spirito conosce con precedenza il genere di morte, a cui dovrà soccombere il suo corpo?

Risposta: «Egli sa che il genere di vita da lui scelto lo esporrà a un modo piuttosto che in un altro; ma conosce anche le lotte che dovrà sostenere per evitare, con l’aiuto di Dio, di soccombere prima del tempo».

857 – Alcuni affrontano i pericoli delle battaglie con la persuasione che la loro ora non è ancora venuta: tale fiducia ha qualche fondamento?
Risposta: «Come l’uomo ha spessissimo il presentimento della sua fine, così può avere quello della sua incolumità. Questo presentimento gli viene dai suoi Spiriti protettori, che lo avvertono di tenersi pronto alla dipartita, o ne rianimano il coraggio ne momenti più difficili; ma può averlo anche egli stesso dall’intuito dell’esistenza che ha scelto, o della missione che accettò e sa di dover compiere». (Vedi numeri 411 – 522).

858 – Da dove viene che coloro i quali presentono la propria morte la temono, in generale, meno degli altri?

Risposta: «E’ l’uomo, che teme la morte, non lo Spirito; ora chi ha questo presentimento pensa più come Spirito che come uomo: comprende la sua liberazione, ed aspetta».

859 – Se la morte non può evitarsi quando deve venire, è lo stesso di tutti gli accidenti che accadono nel corso della vita?
Risposta: «Essi sono normalmente cose troppo lievi, sicché non vi è alcuna ragione di avvertirvene con precedenza; qualche volta però, facciamo in modo che li evitiate, dirigendo il vostro pensiero, poiché a noi ripugna la sofferenza materiale; ma, in ogni modo, essi importano poco per rispetto all’esistenza che avete scelto. Di veramente fatale non c’è che l’ora in cui dovete nascere e morire».

Domanda: – Vi sono fatti che devono assolutamente avverarsi, e che la volontà degli Spiriti non può scongiurare?

Risposta: «Sì; e voi, allo stato di Spiriti, li avete veduti e presentiti quando faceste la vostra scelta. Non crediate peraltro, che tutto ciò che accade sia scritto, come dice il volgo: un avvenimento è spesso la conseguenza di cosa che avete fatto di vostra spontanea volontà, di modo che, se non l’aveste fatta l’avvenimento non sarebbe accaduto. Se vi bruciate un dito, è vostra imprudenza, e il dolore è la conseguenza della materia: solo i grandi affanni, gli avvenimenti di rilievo, che possono influire sul morale, sono preveduti da Dio, perché utili alla vostra purificazione ed istruzione».

860 – L’uomo, con la sua volontà e con le sue azioni, può far che avvenimenti, i quali dovrebbero accadere, non accadano, e viceversa?
Risposta: «Sì, se questo mutamento può combinarsi con la vita che ha scelto. Inoltre, può impedire il male, specialmente quello che può condurre ad un male maggiore, per fare, come deve essere fatto, il bene, che è l’unico scopo della vita».

861 – L’uomo che commette un omicidio, sa, nello scegliere la sua esistenza, che diverrà assassino?

Risposta: «No; egli sa che, scegliendo una vita di lotte, corre il rischio di uccidere un suo simile; ma ignora se lo farà, perché quasi sempre prima vi è esitazione e poi decisione in chi sta per commettere un delitto: ora, chi esita e poi decide intorno ad una cosa, è sempre libero di farla o non farla. Se lo Spirito sapesse anticipatamente che, come uomo, dovrà commettere un omicidio, vi sarebbe predestinato, mentre nessuno è predestinato al male, e ogni delitto, come ogni altra azione, dipende sempre dalla volontà e dal libero arbitrio. Del resto, voi confondete sempre due cose diverse: gli avvenimenti materiali della vita e gli atti della vita morale. Se talora può esservi una certa fatalità, è negli avvenimenti materiali, la cui cagione è fuori di voi, e che non dipendono dalla vostra volontà; ma gli atti della vita morale emanano sempre dall’uomo stesso, che per conseguenza ha sempre la libertà della scelta: per questi dunque non vi è mai fatalità».

862 – Ci sono alcuni ai quali non riesce mai nulla e che sembrano perseguitati da un genio malefico in ogni impresa. Non si può questa chiamarla fatalità?
Risposta: «Sì, se volete darle un tal nome; ma tutto dipende dalla scelta del genere di esistenza, poiché quei perseguitati hanno voluto una vita di delusioni per esercitare la pazienza e la rassegnazione. Tuttavia, non crediate assoluta quella fatalità, poiché spesso non e che il risultato della falsa strada che hanno preso, inadeguata alla loro intelligenza e alle loro attitudini. Chi vuole attraversare un fiume a nuoto senza saper nuotare, corre grande pericolo di annegarvi: è così per lo più negli avvenimenti della vita. Se l’uomo si occupasse solamente di cose adeguate alle sue facoltà, vi riuscirebbe quasi sempre, mentre lo prendono l’amor proprio e l’ambizione, che lo fanno traviare e prendere per vocazione il desiderio di soddisfare le sue passioni. Egli non riesce per propria colpa; ma, piuttosto che incolpare se stesso, preferisce darne la colpa alla sua cattiva stella. Un tale che sarebbe stato un buon operaio, e si sarebbe guadagnato onestamente la vita, sarà un meschino poeta, e morrà di fame. Al mondo ci sarebbe posto per tutti, se ognuno si contentasse di quello che gli è stato assegnato».

863 – E i costumi sociali non costringono spesso l’uomo a seguire questa anziché quella via? Ed egli più volte non deve inchinarsi alla volontà di altri nella scelta della sua carriera? Ciò che si chiama rispetto umano, non è forse un ostacolo all’esercizio del libero arbitrio?
Risposta: «Non Iddio, ma gli uomini fanno i costumi sociali, se vi si assoggettano, vuol dire che piace loro così. Questo è un atto del loro libero arbitrio, poiché, se volessero, potrebbero scuotere il giogo; ma allora perché se ne lagnano? Non i costumi sociali devono accusare, ma il loro sciocco amor proprio, per cui preferiscono morire di fame piuttosto che, come dicono, derogare alla propria dignità. Intanto, a loro nessuno resta grato di quel sacrificio fatto all’opinione altrui: mentre Iddio, ascriverebbe loro a merito il sacrificio della loro vanità. Né vuol dire con questo che si debba sfidare quella opinione senza necessità, come fanno alcuni vanitosi, più originali che veri filosofi, poiché vi è tanta stoltezza nel farsi segnare a dito, o riguardare come una bestia curiosa, quanta vi è saggezza nel discendere volontariamente e senza rimpianto in una condizione più umile, quando un uomo non si può mantenere sull’alto della scala».

864 – Se ci sono di quelli ai quali non ne va bene una, altri sembrano in modo speciale favoriti, poiché loro va tutto bene: da che deriva?
Risposta: «Spesso dal fatto che questi sanno aiutarsi meglio; ma può essere anche un genere di prova: il buon successo li inebria, si affidano al proprio destino e sovente pagano più tardi quei successi medesimi con crudeli infortuni, che avrebbero potuto evitare con la prudenza».

865 – Come spiegare la sorte che favorisce qualcuno in cose nelle quali non c’entra né la volontà, né l’intelligenza, come sarebbe, per esempio, nel giuoco?
Risposta: «Certi Spiriti hanno scelto spontaneamente quei generi di piaceri: la sorte che li favorisce è una tentazione. Colui che guadagna come uomo, perde come Spirito: è una prova per il suo orgoglio e la sua cupidigia».

866 – Dunque la fatalità, che sembra domini sui destini materiali della nostra vita, sarebbe anch’essa l’effetto del nostro libero arbitrio?
Risposta: «Voi stessi avete scelto le vostre prove: quanto più sono rudi, quanto meglio le superate, tanto più vi innalzerete. Quelli che passano la vita nell’abbondanza e nella umana felicità, sono Spiriti vili, che non progrediscono di un passo. Per conseguenza, il numero degli sfortunati sorpassa di assai quello dei felici in questo mondo, giacché la maggior parte degli Spiriti cerca la prova, che sarà per essere loro più fruttuosa. Essi vedono troppo bene la vanità delle vostre grandezze e dei vostri piaceri. Del resto, anche la vita più felice è sempre agitata o turbata, non fosse altro, dalla mancanza del dolore». (Vedi numero 525 e seguenti).

867 – Su che si fonda l’espressione: essere nato sotto una buona stella?

Risposta: «Sull’antica superstizione, che attribuiva agli astri il destino dell’uomo: allegoria che gli sciocchi prendono alla lettera».

Conoscenza dell’Avvenire

868 – Può essere rivelato all’uomo l’avvenire?

Risposta: «In generale gli è nascosto: Iddio non ne permette la rivelazione che in casi rarissimi e straordinari».

869 – Per quale ragione è nascosto l’avvenire all’uomo?

Risposta: «Se l’uomo conoscesse l’avvenire, trascurerebbe il presente, e non agirebbe con piena libertà, poiché, dominato dal pensiero che, se una cosa deve accadere, riterrebbe inutile occuparsene, o cercherebbe di evitarlo. Ma Dio non lo ha voluto, affinché ognuno concorresse al compimento delle cose stabilite, perfino a quelle a cui vorrebbe opporsi. Così voi stessi preparate più volte, senz’avvedervene, gli avvenimenti che si effettueranno nel corso della vostra vita».

870 – Se torna utile che l’avvenire sia nascosto, perché Dio ne permette talvolta la rivelazione?

Risposta: «Perché allora la prescienza deve facilitare il compimento della cosa, piuttosto che ostacolarlo, con l’eccitare ed agire diversamente di come si sarebbe fatto senza quella conoscenza. Inoltre, spesso è una prova, poiché la previsione di un avvenimento può destare pensieri buoni, o men che retti. Se un uomo, per esempio, viene a sapere che dovrà pervenirgli un’eredità sulla quale non contava, potrà essere invaso dal sentimento della cupidigia per il desiderio di accrescere i suoi piaceri terreni, per la bramosia di arricchire più presto, desiderando forse anche la morte di colui che deve lasciargli la propria fortuna; o, all’opposto, questa previsione potrà destare in lui buoni sentimenti e pensieri generosi. Se poi la predizione non si compie, è un’altra prova: quella del modo con cui sopporterà il disinganno; ma, qualunque cosa avvenga, egli avrà sempre il merito o il torto dei pensieri buoni o cattivi: che la fede nell’avvenimento fece nascere in lui».

871 – Iddio, che conosce tutto, conosce parimenti se un uomo debba o non debba soccombere in una prova: allora che bisogno c’è di una prova, la quale non può manifestare a Dio cosa alcuna che Egli già non sappia sul conto dell’uomo?

Risposta: «Tanto varrebbe chiedere, perché Dio non abbia creato l’uomo perfetto e compiuto (vedi n. 119), e perché questo passi per l’infanzia e l’adolescenza prima di giungere alla virilità (vedi n. 379). La prova non ha per fine quello d’illuminare Iddio sul merito dell’uomo, poiché Egli sa già benissimo quanto esso valga; ma quello di lasciare all’uomo tutta la responsabilità dei suoi atti, perché libero di farli, o di farli fare. Dal momento che l’uomo ha la scelta fra il bene ed il male, la prova ha lo scopo di metterlo alle prese con la tentazione del male, affinché abbia tutto il merito della resistenza: ora, benché Dio sappia precedentemente se egli riuscirà, o non riuscirà, non può tuttavia, nella sua giustizia né punirlo, né ricompensarlo per un atto che non avrebbe avuto compiacimento».

Kardec: Così accade anche fra gli uomini. Per quanto sia capace un candidato, per quanto si sia certi di vederlo riuscire, non gli si conferisce alcun grado senza esame, cioè senza prova, e così il giudice non condanna un accusato che dopo aver avuto le prove che abbia perpetrato un delitto, e non sulla presunzione che egli avrebbe potuto o dovuto perpetrarlo.

Quanto più uno riflette sulle conseguenze che risulterebbero per l’uomo dalla conoscenza dell’avvenire, tanto più scorge come sia stata saggia la Provvidenza a nasconderglielo. La certezza di un successo prospero lo ridurrebbe all’inerzia; quella di un insuccesso lo getterebbe nello scoraggiamento: in tutte e due i casi le sue forze sarebbero paralizzate. E perciò è l’avvenire mostrato all’uomo solo come una mèta, che egli deve conseguire coi suoi sforzi, ma senza conoscere la trafila attraverso la quale dovrà passare per arrivarci. La conoscenza di tutti gli incidenti della vita gli toglierebbe l’iniziativa e l’uso del libero arbitrio; egli si lascerebbe trascinare sulla china fatale degli avvenimenti senza esercitare le sue facoltà. Quando il successo di una cosa è assicurato, l’uomo non vi si applica più.

 

Allan Kardec, Il libro degli Spiriti, III-10.
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