Saggio sul Movente delle Azioni dell’uomo

872 – La questione del libero arbitrio può compendiarsi così.

L’uomo non è condotto fatalmente al male: gli atti che compie non sono prestabiliti; le colpe che commette, non sono effetti di una sentenza del destino. Egli può, come prova, o come espiazione, scegliere un’esistenza in cui, sia per l’ambiente, ove sarà collocato, sia per le circostanze, che sopravverranno, avrà tentazioni al delitto; ma è sempre padrone di agire a suo talento. Così il libero arbitrio esiste nell’uomo, allo stato di Spirito, nella scelta dell’esistenza e delle prove, e allo stato corporeo nella facoltà di cedere, o di resistere alle seduzioni, a cui ci siamo volontariamente assoggettati. Alla educazione, spetta il compito di combattere queste cattive tendenze, ed essa vi riuscirà, quando sarà basata sul profondo studio della natura morale dell’uomo, natura che si giungerà a modificare con la conoscenza delle leggi, che la reggono, come si modifica l’intelligenza con l’istruzione.

Lo Spirito, sciolto dalla materia, nello stato erratico sceglie le sue esistenze corporee future, secondo il grado di perfezione a cui è giunto; e in questo, come abbiamo detto, consiste specialmente il suo libero arbitrio, che non si annulla con l’incarnazione. Se egli cede sotto il giogo della materia, soccombe alle prove, che ha scelto lui stesso; ma, affinché lo aiutino a superarle, può invocare l’assistenza di Dio e dei buoni Spiriti.

Senza il libero arbitrio, l’uomo non avrebbe né colpa del male, né merito del bene: la qual cosa è così evidente, che anche fra noi si proporziona sempre il biasimo, o l’elogio, all’intenzione, cioè alla volontà; e volontà vuol dire libertà. L’uomo dunque non può cercare una scusa ai suoi falli nel suo organismo, senza rinnegare la sua ragione e la sua condizione di essere umano, e senza assimilarsi ai bruti, poiché se così fosse per il male, sarebbe lo stesso anche per il bene; ma invece, quando l’uomo fa il bene, non trascura di farsene un merito, e non c’è da temere che egli ne attribuisca il merito ai suoi organi, la qual cosa dimostra che egli istintivamente non rinuncia mai al più bel pregio della sua specie: la libertà del pensiero.

La fatalità, come è comunemente intesa, implica la decisione precedente ed irrevocabile di tutti i casi della vita, qualunque ne sia l’importanza. Se tale fosse l’ordine delle cose, l’uomo sarebbe una macchina senza volontà. A che gli servirebbe l’intelligenza se invariabilmente e in tutti i suoi atti egli fosse schiavo della potenza del destino? Questa dottrina, se fosse vera, distruggerebbe ogni libertà morale: non ci sarebbe più responsabilità e di conseguenza né bene, né male, né vizi, né, virtù. Iddio, sovranamente giusto, non potrebbe punire la sua creatura per colpe che non dipendevano dalla sua volontà di non commettere, né ricompensarla per virtù, di cui essa non avrebbe avuto alcun merito. Una tale legge inoltre frenerebbe ogni progresso, poiché l’uomo, tutto aspettando dalla sorte, non tenterebbe più nulla per migliorare la propria condizione.

Tuttavia, la fatalità non è sogno di mente inferma: essa esiste nella condizione in cui l’uomo si trova sulla terra, e nelle azioni che vi compie per effetto del genere di esistenza che il suo Spirito ha scelto come prova, espiazione o missione. Egli patisce fatalmente tutte le vicissitudini di questa esistenza e tutte le inerenti tendenze buone o cattive; ma lì finisce la fatalità, perché dipende dal libero arbitrio cedere, o non cedere, a queste tendenze. I particolari degli avvenimenti sono subordinati alle circostanze, che egli stesso provoca con le sue azioni, e nelle quali possono ingerirsi gli Spiriti per mezzo dei pensieri che gli suggeriscono (vedi numero 459).

Fatali, dunque, sono i casi che si presentano, perché conseguenze del genere di esistenza scelto dallo Spirito; ma non mai gli effetti di questi casi, poiché dipende dall’uomo il modificarne il corso con la sua prudenza. Fatalità, poi, non c’è mai negli atti della vita morale.

La sola cosa in cui l’uomo sia assolutamente soggetto alla legge inesorabile della fatalità è il morire, poiché egli non può sfuggire né al tempo, né al genere di morte che lo aspetta.

Secondo la dottrina comune, l’uomo attingerebbe tutti gli istinti in sé medesimo: deriverebbero sia dalla sua costituzione fisica, di cui non sarebbe tenuto a rispondere, sia dalla sua natura, di cui si potrebbe dire che non dipende dall’uomo.

La dottrina spiritica invece, assai più morale, ammette nell’uomo il libero arbitrio in tutta la sua pienezza, e dicendogli che, se fa male, cede ad una rea suggestione estranea, gliene lascia tutta la responsabilità, poiché riconosce in lui il potere di resistere ad agenti esterni, cosa evidentemente più facile che se dovesse lottare contro la natura sua propria.

Così, secondo la dottrina degli Spiriti, non vi è seduzione irresistibile: l’uomo può sempre chiudere l’orecchio alla voce occulta che lo sollecita al male nel suo interno, come alla voce materiale di chi gli parla: e questo con la sua volontà, chiedendo a Dio la forza necessaria, e invocando all’occorrenza l’assistenza dei buoni Spiriti. Ce lo ha insegnato Gesù nella santa preghiera detta orazione domenicale con le parole: «e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male».

Questa teoria del movente dei nostri atti apparisce chiara da tutto l’insegnamento degli Spiriti. Sublime per moralità, essa eleva l’uomo ai suoi propri occhi, poiché lo mostra libero di scuotere un giogo che lo opprime, come è libero di chiudere la sua casa agli importuni: egli non è più una macchina, che agisce per impulso indipendente dalla sua volontà, ma un essere ragionevole, che ascolta, giudica, e sceglie liberamente fra due consigli. Si aggiunga poi, come questo non tolga il potere di iniziativa all’uomo, che agisce sempre di sua volontà quale Spirito incarnato, e serba sotto l’involucro corporeo i pregi e i difetti, che aveva da libero. Quindi, le colpe che commettiamo, provengono dalla imperfezione del nostro Spirito, il quale ancora non ha conseguito l’eccellenza morale, che avrà un giorno.

La vita corporea con le prove che vi patisce, gli serve a purgarsi delle sue imperfezioni, che lo rendono debole e accessibile alle suggestioni degli altri Spiriti imperfetti, i quali ne profittano per cercare di farlo soccombere nella lotta intrapresa: se egli ne esce vincitore, si eleva; se vinto, rimane come era, né più buono, né più cattivo; è una prova da ricominciare, e la cosa può durare a lungo così. Quanto più egli si purifica, tanto più diviene forte, e tanto meno presta il fianco a coloro che lo sollecitano al male: la sua forza morale cresce a misura della sua elevazione, e gli Spiriti bassi se ne allontanano.

La specie umana è composta di Spiriti incarnati più o meno buoni, e, poiché la nostra terra è uno dei mondi meno progrediti, i secondi vi si trovano in numero maggiore che i primi: ecco perché vi scorgiamo tanta perversità. Facciamo dunque ogni sforzo per non doverci tornare più dopo questa stazione, e meritare il riposo in un mondo migliore, in uno di quei mondi felici, dove il bene regna incontrastato, e noi non ricorderemo il nostro passaggio sulla terra che come un tempo di esilio.

(Allan Kardec, Il Libro degli Spiriti, III-10)

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